Nell’anno 1947 mio padre decide di trasferire la famiglia dalle armoniose colline della Valle Tiberina, alla vasta pianura della Val Padana. Mosio è la mia nuova dimora. Un piccolo paese nella provincia di Mantova costruito tutto su un lato, case basse, tetti spioventi, ha l’aspetto di un lungo treno.
Fernando, mio fratello maggiore è un pittore dal carattere introverso e ombroso. I suoi quadri mi affascinano per la forza espressiva, evidentemente la lunga prigionia in Germania durante la seconda guerra mondiale ha lasciato in lui il segno.
Li osservo per ore.
I miei li tormento con il pennello alla ricerca di tanta forza pittorica, finisco sempre per distruggerli,
quelli che tengo non li guardo mai; s’insinua in me il dubbio se sto percorrendo le vie impervie dell’arte o del nulla.
Nel paese apprezzano la mia voce tenorile, spesso canto in chiesa arie religiose nelle occasioni liturgiche solenni; l’Ave Maria e Mille Cherubini in coro di Schubert, o mio Signor tratto dal largo di Handel.
Prima di me cantava Ivano Visioli.
Visioli è l’orgoglio di tutto il paese, canta nei tenori primi del Teatro alla Scala di Milano.
Torna spesso per la sagra paesana. In una di queste occasioni l’ascolto per la prima volta eseguire arie operistiche. Mi si mozza il fiato dall’emozione, la sua bravura è veramente notevole.
Corro a casa, comincio a cantare le vecchie arie che conosco, mi rendo conto che la voce seppur bella ha bisogno di essere educata.
La mia è una famiglia povera, che possibilità ho di frequentare una scuola di canto? Pressoché zero.
Mi prende un’angoscia profonda, apro la porta dello sgabuzzino ove solitamente dipingo, mi siedo esausto nella vecchia panca. Appoggiata al muro una tela. Soffro molto le braccia cadono pesantemente, sopra la tavolozza piena di colori freschi, mi guardo le mani imbrattate, le appoggio sulla tela, il colore si mischia espande si confonde, afferro un pennello, altro colore le mani mi fanno male, continuo a tormentare quella tela per ore. Stanco mi addormento riverso sulla panca.
Mi sveglio a notte inoltrata, accendo la luce, la tela è lì davanti a me, illuminata, ricordo tutto ho dato forma all’angoscia, alla disperazione alla voce grezza, alla speranza alla povertà.
Passa del tempo, poi mi decido di recarmi a Mantova per un’audizione con il Maestro Bruno Sutti.
La sua scuola è molto selettiva, per farne parte necessitano qualità di sicura prospettiva artistica, il suo metodo d’insegnamento nell’impostare la voce lirica è unico.
Sono davanti alla porta dello studio nell’attesa di essere ricevuto, sta terminando una lezione di canto. La voce che mi giunge è intensa, forte, potente, una pausa poi comincia a cantare La Calunnia dal Barbiere di Siviglia di Rossini.
Un’emozione intensa, uno smarrimento, tanta bravura mi sconvolge, mi viene voglia di fuggire. La frase della romanza… Come un colpo di cannone… mi atterrisce, risveglia in me in tutta la sua drammaticità il ricordo di un’infanzia vissuta nell’anno 1945 quando i colpi di cannone erano veri.
La porta si apre, compare il Maestro con un ragazzo della mia stessa età
ah bene, tu devi essere Bianchini!
sì maestro!
tra poco sarò da te, ti presento Enzo Dara.
Inizia l’audizione, la voce esegue le richieste del maestro, la gola arsa, la saliva inesistente, ogni tanto una pausa, nessuna parola, di volta in volta lo sguardo penetrante, non ho più la percezione del tempo che trascorre, quel silenzio mi atterrisce.
Prende uno spartito, capisco di cosa si tratta quando comincia a suonare l’introduzione di Una furtiva lacrima.
Attacco a cantare, l’attenzione all’esecuzione non mi impedisce pensieri paralleli, sì il mio destino in quelle note. La romanza sembra non finire mai, quanta verità nella frase finale …si può morir si può morir d’amor…!
basta così la prova è finita.
Con queste parole il maestro emette il suo verdetto.
per te cominciano anni di duro impegno affinché la tua tecnica di canto diventi perfetta, a me l’onere di educarla, a te il dovere di non deludermi, ti aspetto martedì per la prima lezione. Sei il benvenuto nella mia scuola, non te lo direi se non credessi nelle tue potenzialità.
Queste parole mi riempiono di così grande gioia che rimango in silenzio e annuisco con la testa, gli occhi lucidi.
Il maestro mi fissa accennando un leggero sorriso.
sei in perfetta sintonia con la romanza che hai interpretato, il silenzio a volte trasmette più di qualsiasi commento.
Per pagarmi le lezioni mi adatto a fare tutti i lavori che capitano.
Poi mi iscrivo al corso di infermiere psichiatrico all’ospedale di Castiglione delle Stiviere.
Preso il diploma sono assunto. Questa professione mi consente di studiare e aiutare la mia famiglia. L’esperienza e il ricordo di quel luogo di sofferenza non mi abbandoneranno più.
I dubbi e le certezze si confondono ora e per sempre in ogni mia manifestazione artistica.
Sono quasi cinque anni che studio, quando la società dei palchettisti del teatro sociale città di Asola, organizza una rassegna lirica da tenersi il 19-20-21 gennaio 1960, per assegnare il premio Ercole D’Oro, emblema della città, al migliore cantante lirico.
In dieci di cui tre tenori superiamo le eliminatorie dei primi due giorni.
La sera del 21 il teatro è tutto illuminato, un cartello rappresentante l’Ercole D’Oro sovrasta i tre ingressi, è un momento magico, alle ore 21 oltre mille spettatori riempiono il teatro in ogni ordine di posto.
Qualcuno pronuncia il nome di Lina Pagliughi, grande soprano del passato, che spettacoli, serate indimenticabili, questi giovani sono la continuazione, la speranza.
Il Tenore Luciano Bianchini interpreta E lucevan le stelle, dalla Tosca di Giacomo Puccini.
Un brusio di gradimento mi accompagna fino al centro del palcoscenico.
L’introduzione musicale al recitativo è struggente, sento che la storia di Cavaradossi diventa la mia storia. Comincio a cantare con l’angoscia nel cuore.
L’interpretazione appartiene a me, cosa mi sta succedendo?! La condanna a morte mi riguarda, coinvolge il mio presente i miei sogni, la mia esistenza. Alla frase finale…e non ho amato mai tanto la vita…l’applauso è scrosciante sembra non terminare mai, non riesco però a cancellare il presagio della fine che inspiegabilmente provo.
Gli applausi accompagnano la mia uscita dal palcoscenico. Mi siedo per recuperare le forze, mentre altri due concorrenti si esibiscono.
Una lunghissima attesa, poi il verdetto della giuria; il presentatore invita al silenzio, sono attimi interminabili,
la commissione giudicante assegna all’unanimità il Premio Ercole D’Oro al tenore Luciano Bianchini.
Il pubblico approva soddisfatto e mentre ritiro il premio, reclama il bis.
Alle prime note un brivido freddo mi percorre la schiena, non è un brivido di gioia né di emozione, ma il segnale della fine come Cavaradossi.
I giorni successivi nonostante sia vittima della febbre e un’insolita debolezza, partecipo al premio lirico città di Brescia. Supero le eliminatorie, sono finalista.
In concerto canto la romanza di Nadir (Mi par d’udir ancora) da “I pescatori di perle” di Giorgio Bizet. Un autentico successo personale, i complimenti e gli applausi sono veri e intensi, nella gioia di quell’istante si compie la fine di un sogno.
Dopo due giorni sono ricoverato all’ospedale Carlo Poma di Mantova.
Il bacillo di Cock ha colpito, come un killer spietato. Sono distrutto, l’integrità respiratoria è fondamentale per un cantante lirico.
Il maestro Sutti viene a farmi visita in ospedale, mi abbraccia con forza
sei come un figlio per me non ti arrendere, lotta sempre tu sei un allievo speciale le tue qualità
artistiche sono notevoli. Quello che mi ha sempre colpito oltre alla bellezza della voce è la tua
intelligenza, la capacità di apprendimento, l’assoluta musicalità del suono, ricordi la prima volta
che ti ho ascoltato? Molti esercizi erano fatti per farti stonare non ci sono riuscito, li ho capito
che oltre a un futuro da artista lirico avevo davanti un potenziale insegnante di canto. Non
dimenticare mai queste mie valutazioni.
Sembra un’investitura.
Mesi di cure e di convalescenza. Decido di non riprendere a lavorare in ospedale, è in quel luogo che il killer ha colpito.
Irene la mia fidanzata, una donna meravigliosa, acconsente a seguire il mio destino sposandomi. Ci trasferiamo a Roma, abbiamo due splendidi figli, Cristiana e Paolo.
Gli anni trascorrono, Cristiana e Paolo frequentano ormai le scuole superiori, quando il mio cuore impazzisce, fibrillazioni atriali, aritmia. Le ricerche dei cardiologi, non riescono a stabilire la causa; le crisi si ripetono con grande sofferenza ogni volta durano ventiquattro ore.
Il cuore è sano, mi è prescritta una cura di prevenzione che devo fare per il resto della vita.
Il mondo intero sembra crollarmi addosso, l’ansia mi attanaglia. Un pensiero improvviso attraversa la mia mente, una voce dentro di me parla
– hai quaranta anni, i tuoi pennelli sono li,
il teatro ti aspetta, sono passati sedici anni, riprendi il cammino da dove lo hai interrotto. Cristiana e Paolo sono grandi, Irene ti è vicina, il killer non c’è più, il tuo cuore dice basta.
Riprendo a dipingere, tele meravigliose per la prima volta le trovo belle.
Maurizio, un buon amico, riesce a vendere i miei quadri.
La signora Conchita Scalangella Mezzini, ottima insegnante di canto, eccellente pianista, in gioventù valente soprano, è entusiasta della mia voce, mi incoraggia a riprendere gli studi. Accetto ma non per tentare la carriera da solista, l’età e la malattia mi pregiudicano questa possibilità, voglio solo entrare in un complesso corale di un grande teatro.
Sono due anni di intenso lavoro. Dipingo, vendo quadri, faccio esposizioni, vinco molti premi, nel frattempo continuo a studiare canto. La maestra Mezzini è veramente brava. Nel novembre del 1983 mi presento al Teatro Comunale dell’Opera di Genova, dopo un’audizione con il maestro del coro Dante Gherzi e il direttore artistico Luciano Chailj, sono scritturato come tenore primo.
Dopo breve tempo, comincio ad insegnare canto, la profezia del maestro Sutti si avvera, gli anni a seguire saranno ricchi di soddisfazioni, ma questa è un'altra storia, merita un capitolo a parte.
Dopo Brescia nessun altro concerto solistico, ma l’amore per l’arte vince le incertezze come nell’enigma di Turandot.
Il “Nessun dorma” da me interpretato viaggia attraverso internet per sempre nella platea del mondo.
Ciao maestro, storia molto commovente.Sono curiosa di conoscere il seguito.Anche se in parte la so !!! Tu sai che sono la tua prima allieva. Sei er meio come dite voi a Roma. Grazie,x tutto quello che mi hai insegnato. Maria
RispondiEliminafinalmente il tempo di vedere il tutto :))
RispondiEliminaMaestro Bianchini, le scrivo da quel piccolo paesino immerso nella pianura padana, che di nome fa Mosio, le posso dire che è ancora come bene lo descrive lei, se le interessa sapere il Tenore Ivano Visioli, alcuni anni fà, è stato premiato dai volontari Auser, con il premio San Filastro.
RispondiEliminaUn sentito saluto da Mosio!! r.b
Maestro Bianchini, le scrivo da quel piccolo paesino immerso nella pianura padana, che di nome fa Mosio, le posso dire che è ancora come bene lo descrive lei, se le interessa sapere il Tenore Ivano Visioli, alcuni anni fà, è stato premiato dai volontari Auser, con il premio San Filastro.
RispondiEliminaUn sentito saluto da Mosio!! r.b